La primevera di Sandro Botticelli

La primavera.

Quando venni a conoscenza della Primavera di Botticelli avevo più o meno 11 anni.

Non avvenne tra i banchi di scuola ma tra tutù e scarpette da ballo,

si proprio così, quell’anno la maestra dell’accademia di danza aveva deciso che la mia classe

avrebbe interpretato questo magnifico dipinto di Botticelli.

Io interpretai una delle tre grazie, il primo saggio con le punte,

era magnifico danzare con quelle scarpette nonostante i crampi e i piedi sanguinanti.

Ricordo ancora lo stupore delle altre ballerine nel vedere la bellezza e l’eleganza dei costumi delle tre grazie,

così simili al dipinto, fatti di leggero tulle di color ocra,

così eleganti e raffinati si muovevano ad ogni passo.

Fu l’unico saggio dove ci fu permesso di tenere i capelli sciolti

sorretti solo leggermente da un piccolo nastrino per interpretare al meglio le tre grazie del dipinto. 

Inconsciamente io quell’anno mi legai alla storia dell’arte e in particolar modo alla Primavera di Botticelli

che ritrovai più tardi tra i banchi di scuola, al liceo e all’università. 

Quando vidi finalmente il dipinto di persona in una delle sale degli Uffizi

dedicata al pittore, la prima cosa che mi venne in mente fu quel saggio

e per un attimo mi vidi li nel giardino tra gli alberi di arancio.

Subito dopo scesi dalle mie punte e pensai all’abilità, alla maestria e alla leggerezza con cui Botticelli

dipinse le tre grazie proprio come quell’abito di tulle che volava leggero ad ogni mio passo.

Prendetemi pure per pazza ma io ogni volta che sono davanti a un dipinto mi commuovo,

mi viene la pelle d’oca e il groppone in gola e piango anche davanti a centinaia di persone,

anche in un museo grande come gli Uffizi.

Credo di essermi innamorata dell’arte proprio quell’anno, proprio durante quel saggio di danza.

Ma veniamo all’analisi del dipinto.

La Primavera di Botticelli è considerato uno dei capolavori del Rinascimento italiano,

datato intorno al 1482.  Il dipinto venne eseguito per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici.

Il dipinto è una tempera su tavola, misura 203 x 314 cm.

La scena si svolge in un bosco ombroso caratterizzato da alberi di arancio disposti ad archi, sotto i quali sono disposti nove personaggi.

Secondo l’interpretazione mitologica i personaggi sono  partendo da destra,  Zefiro, il vento di primavera

che rapisce per amore la ninfa Clori, unendosi a lei in atto di amore la ninfa rinasce,

notiamo la trasformazione dal dettaglio dei fiori che fuoriesce dalla bocca trasformandosi così in Flora,

ovvero la stessa primavera, rappresentata con un abito a tema floreale, nell’atto di spargere fiori sul suolo.

Al centro del quadro vi è Venere, simbolo neoplatonico dell’amore più elevato, che osserva tutta la scena.

Rappresentata con una veste leggera e un drappo rosso in velluto, evidente è  la tattilità del tessuto,

che funge da mantello.

Sopra la Venere vola  Cupido. Alla sua sinistra si vediamo le tre Grazie intende i una danza.

Ancora a sinistra si nota Mercurio, il messaggero degli dei, riconoscibile dalle ali ai piedi,

rappresentato nell’atto di scacciare le nubi  con il caduceo per conservare un’eterna primavera.

Importante è il modo in cui Botticelli rappresenta la natura, evidenziando una vasta specie di vegetazione e fiori,

riconoscibili sono margherite, ranuncoli, nontiscordardimè e papaveri.

Ambientando così la scena in un ambiente o meglio dire in un giardino quasi idilliaco.

A mio avviso Botticelli preannuncia quella che sarà la pittura preraffaellita.

Sia per i  personaggi femminili, caratterizzate dalle vesti leggiadre e dalle acconciature,

sia dai toni della tavolozza dove predominano gli ocra e l’oro.

Il dipinto oltre all’interpretazione mitologica ha altre interpretazioni tra cui quella filosofica, legata alla filosofia

dell’accademia neoplatonica, una storica-dinastica, legata al committente e della sua famiglia.

 

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